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Ogni volta che usiamo un’app, ordiniamo su un e-commerce, cediamo dati personali ad aziende pubbliche e private, ci abboniamo a servizi streaming di musica e serie TV, siamo dentro a un sistema di servizi facile e conveniente al quale facciamo sempre più fatica a rinunciare. Pur permeando ogni aspetto della vita umana, la maggior parte di noi non ha chiaro il come questi strumenti funzionano e chi abbia il loro controllo.

Anche il 97% delle ricerche internet mondiali effettuate da cellulare viene fatto su Google. Questo significa che la grande G è il filtro attraverso cui la maggior parte di noi riceve informazioni: come decide cosa viene visto e cosa no?

La popolare frase “se non è su Google, non esiste” riassume bene questo concetto. 

Quando un’azienda privata ha il quasi-monopolio su un intero ambito della vita quotidiana, cosa viene messo in gioco?

Stati privati?

Esistono molti altri esempi oltre a Google: Amazon, Apple e Microsoft, Facebook e Twitter sono solo i più famosi. Aziende così grandi sono sempre esistite, spesso tenute a bada dall’antitrust affinché non diventassero troppo vaste e potenti. Sebbene a Facebook potrebbe succedere la stessa cosa, le dinamiche di potere dei colossi digitali sono un po’ diverse e rendono complicato controllare il loro agire.

Ad esempio, durante la pandemia Amazon ha avuto una crescita del 300% ed è stata in grado di modificare gli assetti sociali ed economici dell’intero nordest Italia aprendo diversi centri di smistamento.

L’impatto dei social network non è da meno: la decisione di Facebook di silenziare Donald Trump fino a transizione presidenziale completata, affinché non istigasse ulteriori proteste armate, è senza precedenti e, per alcuni, sarebbe dovuta arrivare molto prima.

In altre parole, governi e istituzioni si trovano ormai in un rapporto di interdipendenza coi colossi della rete, perché gli strumenti e i capitali di cui dispongono sono impossibili da ignorare. Inoltre, la loro capacità di sviluppare intelligenze artificiali e analizzare big data li qualifica come partner ideali della governance del futuro.

Una simile influenza diventa ancora più difficile da concepire se teniamo conto della sua assenza di  confini geografici e del fatto che essa è regolata da ogni Paese in base alla propria legislazione in materia di comunicazioni elettroniche, spesso lacunosa e miope.

Nuovi spazi pubblici

L’informazione, l’economia, le relazioni umane passano sempre più attraverso gli ambienti controllati dalle grandi imprese digitali, rendendole a tutti gli effetti dei gatekeeper degli aspetti fondanti della società.

È il momento di interrogarci su cosa succede quando il dibattito politico è filtrato dalle linee guida di un social network, l’intrattenimento dipende dai suggerimenti degli algoritmi, le previsioni e scelte delle amministrazioni dipendono dai big data di imprese private. Dobbiamo capire l’impatto di questi colossi sulla struttura tradizionale dell’interazione umana, senza rimanere spettatori passivi.

L’interdipendenza tra istituzioni e colossi di internet è fatta di tensioni, interessi reciproci e responsabilità non assunte. È necessario creare un sistema dove i cittadini siano coinvolti nel processo decisionale e tutelati dagli interessi economici che li vedono base inconsapevole e inascoltata.

I nuovi spazi digitali saranno mai pubblici? Gli stati nazionali perderanno potere e diventeremo cittadini privati? Saremo in grado di tutelarci dagli interessi delle potenze digitali, responsabilizzando le loro scelte e iniziative future? Riusciremo a comprendere la portata della loro influenza sull’uomo?