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Se ti dicessi che domani devi partire per un viaggio – quasi sicuramente pericoloso e di sola andata – e che puoi portare con te un solo oggetto, cosa sceglieresti?

C’è un telefono cellulare, chiuso all’interno di un profilattico, abbandonato accanto al cadavere di un ragazzo disteso sulla spiaggia. La foto del corpo è sulla copertina di un giornale di qualche anno fa e campeggia sotto a un titolo che di questi tempi è diventato troppo comune: “Ennesimo naufragio nel Mediterraneo, è strage di migranti”. 

Quel telefono sono certa sia rimasto nella mente di molti. L’uomo nella foto si era preoccupato di portare con sé, e preservare dall’acqua, l’unico strumento di comunicazione con la propria famiglia, ma non era comunque riuscito a salvare se stesso. 

Ogni giorno, migliaia di migranti sono costretti a scegliere cosa portare nel loro viaggio. 

Il telefonino è l’oggetto più quotato per diventare l’unico bagaglio nella tratta mortale. 

Quindi i migranti hanno il cellulare?

La risposta è sì, e non dovremmo esserne sorpresi. I telefoni cellulari sono uno dei beni digitali dal costo più accessibile all’intera popolazione mondiale. Basti pensare che coloro che fuggono dalla guerra, i profughi siriani ad esempio, non hanno sempre vissuto nella condizione di miseria causata dai continui scontri. Prima della guerra la loro capacità di acquisto era tale da coprire le spese di una casa, così come quelle di un smartphone. 

Da normale oggetto della quotidianità, il telefono è poi diventato – per molti migranti e profughi – non solo un semplice strumento per mantenere i contatti. Organizzare le tratte da percorrere, conoscere in anticipo o segnalare eventuali pericoli durante la traversata, creare una rete di comunicazione tra passeggeri dello stesso viaggio sono sono alcuni degli usi resi possibili dalla comunicazione telefonica.

Indignazione gratuita

Non per tutti risulta ancora facilmente comprensibile il binomio migranti e tecnologia. Ancor meno se questa tecnologia è rappresentata proprio dai telefoni cellulari. 

Questo perché la nostra società riconosce i beni digitali quali indicatori di benessere economico. Non riconosce, invece, il diritto intrinseco all’informazione che essi rappresentano. 

Per tali ragioni è molto difficile eliminare il preconcetto che un migrante in possesso di uno smartphone – e che riceve agevolazioni dallo Stato – sia tale soltanto per ostentare ricchezza a discapito del popolo ospitante.

Il cellulare è, invece, un bene primario riconosciuto dalle Nazioni Unite e per questo l’Unhcr si impegna ogni anno a fornire ai profughi materiali digitali che permettano loro di comunicare e mantenersi informati.

Cosa possiamo fare per abbattere i pregiudizi legati ai beni digitali? 

Emilia Bifano

 

 

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