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L’emergenza pandemica da Covid-19 ha accelerato l’integrazione di sistemi digitali nelle operazioni quotidiane. Non solo nel privato delle nostre case, ma anche nelle amministrazioni pubbliche.

Questi sistemi sono composti da intelligenze artificiali e sensori che consentono di velocizzare la burocrazia e gestire più facilmente le persone, potendone prevedere spostamenti, comportamenti e tendenze future.

L’europa, sotto la guida di Ursula Von der Leyen, ha voluto rinnovare il suo impegno per sviluppare “intelligenze artificiali degne di fiducia”, così da poter avviare i paesi dell’unione verso sistemi digitali efficaci  che tutelino i dati personali dei cittadini con architetture trasparenti e protette.

Tuttavia, allo stato attuale i sistemi di raccolta, analisi e previsione dei dati sulla popolazione rimangono in mano ad aziende private, secondo quella cultura che vuole il codice informatico proprietario. Questa opacità delle tecnologie impiegate pone seri interrogativi sulla sicurezza dei dati raccolti e sugli utilizzi a scopo di lucro che si possono fare degli stessi. 

Il rischio di non avere accesso al codice informatico è quello di andare verso una black box society di cui non si conosce il funzionamento, dove soluzionismo tecnologico e spinta concorrenziale tra nazioni portano ad affidare a enti privati il benessere e la privacy di miliardi di persone.

Possiamo evitare una black box society? Possiamo evitare una black box society? Può il codice aperto garantire la trasparenza di cui la civiltà digitale ha bisogno? A chi spetta il compito di vegliare sugli algoritmi?

 

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