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Se ti chiedessero se quello che stai leggendo su un sito è vero o falso, in base a cosa formuleresti la tua risposta? 

Nel 2016 gli Oxford Dictionaries sceglievano “post-verità” come parola dell’anno, riconoscendo un fenomeno che stava diventando incontrollato: non importava più che una notizia fosse vera o falsa, perché la reazione che scaturiva metteva in secondo piano la sua attendibilità.

In questi anni molto è stato fatto per cercare di arginare il fenomeno delle notizie false in rete. Debunker, social network e giornali hanno iniziato a utilizzare fake-news come un riferimento morale da cui allontanarsi il più possibile.

Concentrandoci solo sulle fake news rischiamo di perdere di vista fenomeni paralleli e collaterali, aggravati dall’architettura algoritmica con cui si vive l’informazione dell’era digitale.

La struttura e le logiche di popolarità dei contenuti portano i canali di informazione, le personalità pubbliche e gli utenti comuni a costruire un ciclo di notizie e dibattito polarizzati e faziosi.

Così facendo si perde ogni possibilità di dialogo in favore del rafforzamento dei propri bias cognitivi, rischiando anche di perdere la lucidità necessaria a determinare quanto ci sia di parziale e vero in una notizia.

Come possiamo difenderci da un ciclo di notizie studiate per fare leva sulla nostra emotività? È possibile sfuggire alle logiche algoritmiche? Possiamo bucare la bolla che ci si stringe intorno? Sparirà la linea tra vero e falso?

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